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Produttore di abbiglia­mento in Bangladesh per i brand italiani

Sì, l’abbigliamento prodotto in Bangladesh entra in Italia con un dazio all’importazione dello 0% nell’ambito del regime UE «Tutto tranne le armi» (Everything But Arms), con un’attestazione di origine REX; senza la preferenza, il codice dei jeans da uomo in denim che abbiamo verificato paga il 12%. L’Italia applica poi l’IVA all’importazione del 22% sul valore in dogana più l’eventuale dazio e le spese di inoltro fino alla destinazione indicata nel documento di trasporto, e un importatore con partita IVA la detrae. Per un brand italiano, CMB Sourcing Ltd. è l’ufficio acquisti (buying house) di Narayanganj che colloca l’ordine presso una fabbrica partner sottoposta ad audit, ne segue lì la produzione e prepara i documenti di esportazione e di origine per lo sdoganamento a Genova, La Spezia o Trieste.

Ultimo aggiornamento:

Il modulo di richiesta, le altre pagine e la nostra risposta sono in inglese.

In breve

L’abbigliamento prodotto in Bangladesh entra in Italia con dazio 0% nell’ambito del regime «Tutto tranne le armi» (Everything But Arms, EBA), che prosegue almeno fino alla fine del 2029, e paga l’IVA all’importazione del 22% sul valore in dogana più l’eventuale dazio; un importatore con partita IVA la detrae. Nell’anno fiscale 2025-26 l’Italia ha acquistato abbigliamento dal Bangladesh per 1,42 miliardi di dollari USA, il 7,78% in meno rispetto all’anno precedente, e nel 2025 il Bangladesh ha fornito il 16,6% delle importazioni italiane di abbigliamento da paesi extra UE, secondo solo alla Cina. L’Italia aggiunge il CONAI, l’etichettatura ambientale degli imballaggi e un regime di EPR tessile in arrivo.

Versione italiana della nostra guida in inglese, con gli stessi dati, le stesse date e le stesse fonti. In caso di differenze prevale la versione inglese. Tradotta dall’inglese con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e verificata sezione per sezione sull’originale.

Dazio all’importazione e IVA al 22% sull’abbigliamento dal Bangladesh in Italia

L’Italia applica le norme doganali dell’UE: un capo prodotto in Bangladesh entra quindi con dazio 0% nell’ambito di «Tutto tranne le armi» quando l’attestazione di origine REX dell’esportatore è valida. TARIC, la banca dati della tariffa doganale dell’UE, consultata il 25 settembre 2026, indica 0% per il Bangladesh e un dazio per i paesi terzi del 12% sui jeans da uomo in denim di cotone (6203 42 31 00): è l’aliquota che gli stessi jeans pagherebbero se il Bangladesh non avesse alcuna preferenza al termine della transizione, al più presto alla fine del 2029. L’attestazione di origine, il numero EORI e ciò che potrebbe cambiare dopo il 2029 sono spiegati nella nostra guida per i brand dell’UE.

Ciò che l’Italia stabilisce è l’IVA all’importazione, l’imposta sul valore aggiunto. L’articolo 69 del decreto IVA, il DPR 633/1972, ne costruisce la base imponibile dal valore in dogana, più i diritti dovuti all’importazione a eccezione della stessa IVA, più le spese di inoltro fino al luogo di destinazione all’interno dell’UE che figura nel documento di trasporto. L’articolo 16 fissa l’aliquota ordinaria al 22%, che si applica all’abbigliamento; le aliquote ridotte del 4%, del 5% e del 10% riguardano beni elencati, come alcuni prodotti alimentari, i medicinali e l’energia per uso domestico. Se la polizza di carico indica il vostro magazzino vicino a Milano anziché il porto, la tratta interna rientra nella base imponibile IVA.

L’IVA all’importazione viene accertata e pagata su ogni dichiarazione doganale, e un’impresa identificata ai fini IVA in Italia la detrae annotando la bolletta doganale nel registro degli acquisti ai sensi dell’articolo 25 del decreto: per la maggior parte dei brand è quindi un costo di cassa più che un costo definitivo. Due particolarità italiane modificano questo flusso di cassa. Un’impresa le cui esportazioni hanno superato il 10% del volume d’affari nell’anno precedente è un esportatore abituale e può importare senza pagare l’IVA, entro quel plafond, presentando per via telematica all’Agenzia delle Entrate una dichiarazione d’intento e riportandone il numero di protocollo nella dichiarazione doganale. E un brand stabilito in un altro paese dell’UE, o in un paese extra UE che ha con l’Italia un accordo di assistenza reciproca in materia di imposte indirette, può identificarsi direttamente ai fini IVA con il modello ANR/3 ai sensi dell’articolo 35-ter, invece di nominare un rappresentante fiscale; le altre imprese non residenti ne nominano uno. Dal 1° gennaio 2027 queste regole confluiscono nel nuovo Testo unico IVA, il D.Lgs. 10/2026, che riunisce le disposizioni esistenti in un unico testo. Verificate l’impostazione con il vostro commercialista e con il vostro spedizioniere doganale prima della prima spedizione.

Costo allo sbarco di un paio di jeans dal Bangladesh in Italia: dazio 0% o 12%

Prendiamo un paio di jeans da uomo in denim di cotone, codice di nomenclatura 6203 42 31 00, sbarcato a Genova. Il valore della merce è una cifra tonda illustrativa, 12,00 dollari USA al paio, non un preventivo e non il nostro prezzo, convertita al tasso di riferimento dell’euro della Banca centrale europea del 24 settembre 2026, 1,1367 dollari USA, il che dà 10,56 €. Nolo marittimo e assicurazione fino a Genova sono un’ipotesi di 0,45 € al paio, non un preventivo. Le aliquote dello 0% e del 12% sono i dati TARIC della sezione precedente.

Su 1.000 paia la preferenza fa risparmiare 1.320,83 € di dazio. Per un importatore che non può detrarre l’IVA, la base imponibile più alta aggiunge altri 290,58 € di IVA, e la differenza al porto sale così a 1.611,40 €. Un importatore con partita IVA detrae l’IVA, quindi il suo costo in banchina è di 11,01 € al paio con dazio 0% e di 12,33 € con il 12%.

La tabella si ferma in banchina a Genova. La parcella dello spedizioniere doganale, la movimentazione al terminal e il camion fino al vostro magazzino si aggiungono, e ai sensi dell’articolo 69 del decreto IVA anche le spese di inoltro fino alla destinazione indicata nel documento di trasporto entrano nella base imponibile IVA. La dogana converte una fattura in dollari USA al proprio tasso mensile anziché al tasso giornaliero usato qui, quindi gli importi dichiarati differiranno leggermente. Il nostro calcolatore del landed cost somma nolo, assicurazione, dazio e sdoganamento al vostro prezzo per capo, IVA esclusa; chiedete al vostro spedizioniere doganale di confermare le cifre definitive.

Cifre illustrative, non un preventivo e non il nostro prezzo. Dazio da TARIC per 6203 42 31 00 importato dal Bangladesh, consultato il 25 settembre 2026; IVA al 22% ai sensi del DPR 633/1972; 12,00 dollari USA convertiti al tasso di riferimento BCE di 1,1367 del 24 settembre 2026; il nolo è un’ipotesi. Le righe per paio sono arrotondate al centesimo, quindi la riga per 1.000 paia differisce leggermente da 1.000 volte le cifre arrotondate. Sdoganamento e consegna in Italia non sono inclusi.
Per paioOggi: «Tutto tranne le armi», dazio 0%Senza preferenza: dazio per i paesi terzi del 12%
Valore della merce (illustrativo: 12,00 dollari USA a 1,1367 dollari per euro)10,56 €10,56 €
Nolo marittimo e assicurazione fino a Genova (ipotesi)0,45 €0,45 €
Valore in dogana11,01 €11,01 €
Dazio all’importazione0,00 €1,32 €
IVA al 22% del valore in dogana più il dazio2,42 €2,71 €
Costo al porto italiano, IVA non detratta13,43 €15,04 €
Costo al porto italiano, IVA detratta11,01 €12,33 €
Costo al porto per 1.000 paia, IVA non detratta13.428,39 €15.039,79 €

Spedire abbigliamento dal Bangladesh a Genova, La Spezia o Gioia Tauro

Nel 2025 i porti italiani hanno movimentato 12,8 milioni di TEU, secondo i dati delle Autorità di sistema portuale raccolti da Assoporti per il periodo gennaio-dicembre. Gioia Tauro, in Calabria, è stato il primo con 4.490.566 TEU, tutti di transhipment: i container arrivano con le grandi navi della rotta Asia-Europa e ripartono su navi feeder, quindi un container diretto in Italia può transitarvi senza che la vostra merce venga sdoganata lì. Genova ha movimentato 2.409.136 TEU, di cui 2.194.024 di traffico hinterland, cioè container che iniziano o terminano il viaggio in Italia, e La Spezia 1.217.461 TEU, di cui 1.120.813 hinterland. Seguono Livorno (726.668 TEU), Trieste (681.717) e Napoli (638.585), mentre Venezia ne ha movimentati 532.762.

Per un brand in Lombardia, Piemonte o Emilia-Romagna, Genova e La Spezia sono i porti di consegna abituali; Trieste serve il Nord-Est. La nostra pagina sulle spedizioni riporta i tempi di navigazione tipici da Chattogram all’Europa e le attese di trasbordo che li allungano. Dalla scelta del porto discendono due regole. Il valore in dogana si ferma al primo porto dell’UE, come spiega la guida UE, e la base imponibile IVA aggiunge le spese di inoltro fino alla destinazione indicata nel documento di trasporto: la tratta dal porto al magazzino è quindi tassata quando la polizza di carico indica il magazzino. Concordate con il vostro spedizioniere il porto, il luogo di sdoganamento e la destinazione sulla polizza di carico prima della prima prenotazione.

La quota del Bangladesh nelle importazioni italiane di abbigliamento: 16,6% da paesi extra UE nel 2025

Nel 2025 l’Italia ha importato abbigliamento (capitoli SA 61 e 62) per 18,52 miliardi di euro, secondo la banca dati Comext di Eurostat, il 3,4% in meno rispetto al 2024. Poco meno della metà, 9,11 miliardi di euro, proveniva da altri Stati membri dell’UE, che Eurostat registra in base al paese da cui la merce è stata spedita e non a quello in cui è stata prodotta. Dei 9,41 miliardi di euro provenienti da paesi extra UE, la Cina ha fornito 2,82 miliardi di euro, pari al 30,0%, in calo del 10,2% rispetto al 2024, e il Bangladesh 1,56 miliardi di euro, pari al 16,6%, in aumento del 5,7%. Seguono Tunisia, Turchia, India, Pakistan e Vietnam, nessuno sopra il 6% del totale extra UE.

Il Bangladesh è in testa nei basici di cotone: il 39,8% delle importazioni italiane extra UE di T-shirt di cotone (6109 10), il 30,6% di maglioni e felpe di cotone (6110 20), il 30,7% di pantaloni e shorts da uomo di cotone (6203 42), la voce che comprende i jeans, e il 32,3% di camicie da uomo in tessuto di cotone (6205 20). Nei maglioni di fibre sintetiche o artificiali (6110 30) è in testa la Cina con il 52,6%, contro il 25,7% del Bangladesh.

Visto dal Bangladesh, nell’anno fiscale 2025-26 (luglio 2025-giugno 2026) l’Italia ha acquistato abbigliamento per 1,42 miliardi di dollari USA, il 7,78% in meno rispetto all’anno precedente, secondo i dati dell’Export Promotion Bureau pubblicati da BGMEA. Il primo dato è un anno solare in euro all’importazione, il secondo un anno da luglio a giugno in dollari all’esportazione: i totali non sono confrontabili, ma ciascuno mostra la propria tendenza.

Eurostat Comext, dataset DS-045409, capitoli SA 61 e 62 (abbigliamento a maglia e non a maglia), importazioni in Italia, valore in euro, estratto il 25 settembre 2026; partner extra UE per origine, la riga intra UE per Stato membro di spedizione. Le quote sono calcolate sul totale delle importazioni italiane di abbigliamento.
FornitoreImportazioni italiane di abbigliamento, 2025Quota sul totale delle importazioniVariazione sul 2024
Cina2.817,3 mln €15,2%-10,2%
Bangladesh1.564,2 mln €8,4%+5,7%
Tunisia524,6 mln €2,8%-4,2%
Turchia474,6 mln €2,6%-7,2%
India345,3 mln €1,9%+9,6%
Pakistan334,5 mln €1,8%+22,5%
Vietnam332,8 mln €1,8%+27,1%
Tutti i fornitori extra UE9.405,9 mln €50,8%+0,2%
Altri Stati membri dell’UE9.112,2 mln €49,2%-6,8%
Tutti i fornitori18.518,0 mln €100%-3,4%

CONAI: il contributo ambientale sugli imballaggi

I produttori e gli importatori che immettono imballaggi sul mercato italiano devono aderire al CONAI, o a un sistema autonomo riconosciuto, dichiarare gli imballaggi che immettono sul mercato e versare il contributo ambientale che finanzia raccolta e riciclo. Per un importatore di abbigliamento si tratta di buste in polietilene, cartellini, cartoni e buste per le spedizioni, e l’importo del contributo dipende dal materiale e dalla sua riciclabilità.

Le scelte di imballaggio fatte in Bangladesh cambiano quindi un costo in Italia. Il contributo per gli imballaggi in plastica è articolato in fasce di riciclabilità: dal 1° ottobre 2026 va da 51 € a tonnellata per la fascia più riciclabile a 922 € a tonnellata per la meno riciclabile, quindi una busta trasparente in polietilene monomateriale si colloca nella fascia economica e una busta laminata o multimateriale in quella cara. Se volete contenere il contributo, possiamo quotare buste monomateriale riciclabili e cartoni semplici.

La responsabilità del produttore per i tessili

In Italia la raccolta differenziata dei tessili è obbligatoria dal 2022, ed è in corso di introduzione un regime nazionale di responsabilità del produttore per i tessili. Il diritto dell’UE ormai fissa la direzione: la direttiva (UE) 2025/1892 impone a ogni Stato membro di attuare la responsabilità estesa del produttore per i tessili, con regimi operativi entro aprile 2028. Aspettatevi una registrazione, un contributo ambientale per articolo e la rendicontazione di ciò che immettete sul mercato.

Etichette dei capi per l’Italia: testi in italiano, Codice del consumo e norme sul Made in Italy

Le denominazioni delle fibre e le percentuali seguono il regolamento UE sui prodotti tessili, in italiano per la merce venduta in Italia; quel regolamento, le convenzioni su manutenzione e taglie e i dati dell’importatore UE sono nella nostra guida per i brand dell’UE. L’Italia aggiunge il Codice del consumo, il D.Lgs. 206/2005. L’articolo 6 elenca le informazioni minime per i prodotti venduti ai consumatori: la denominazione legale o merceologica del prodotto; il nome o la ragione sociale o il marchio e la sede legale del produttore o di un importatore stabilito nell’UE, con un indirizzo postale e uno elettronico; il paese d’origine se situato fuori dall’UE (una voce che la legge lega a un decreto attuativo); l’eventuale presenza di materiali o sostanze che possono arrecare danno all’uomo, alle cose o all’ambiente; i materiali impiegati e i metodi di lavorazione ove determinanti per la qualità; le istruzioni e le precauzioni, ove utili. L’articolo 7 richiede che figurino sulla confezione o sull’etichetta nel momento in cui il prodotto è posto in vendita, e l’articolo 9 richiede che ogni informazione per i consumatori sia resa almeno in lingua italiana, con caratteri di visibilità e leggibilità non inferiori a quelli usati per qualsiasi altra lingua.

Il secondo livello italiano è la legge sulle indicazioni di origine. Ai sensi dell’articolo 4, comma 49, della Legge 350/2003, apporre «Made in Italy» su prodotti che non sono di origine italiana secondo le norme UE sull’origine è un reato ai sensi dell’articolo 517 del codice penale, e il comma 49-bis qualifica come fallace indicazione l’uso di un marchio italiano con modalità tali da indurre il consumatore a ritenere italiano il prodotto senza un’indicazione precisa ed evidente della sua origine estera, con una sanzione da 10.000 € a 250.000 € e la confisca della merce finché tale indicazione non viene apposta. L’articolo 16 del D.L. 135/2009 riserva «100% Made in Italy», «100% Italia» e «tutto italiano» ai prodotti interamente progettati, fabbricati e confezionati in Italia. Ciò che la legge chiede è un’indicazione chiara e visibile dell’origine reale accanto al marchio italiano: Made in Bangladesh sull’etichetta cucita e nella pagina del prodotto.

  • Composizione fibrosa in italiano, con le denominazioni UE delle fibre e le percentuali
  • Nome o ragione sociale e sede legale del produttore o dell’importatore UE, con un indirizzo postale e uno elettronico
  • Made in Bangladesh ben visibile, soprattutto quando il nome del brand o lo stile sono italiani
  • Ogni testo destinato al consumatore almeno in italiano, con caratteri visibili quanto quelli di ogni altra lingua
  • Contenuto dell’etichetta approvato sul campione di pre-produzione

Etichettatura ambientale degli imballaggi: cosa stampare su buste e cartoni per l’Italia

Dal 1° gennaio 2023 l’articolo 219, comma 5, del D.Lgs. 152/2006, come riscritto dal D.Lgs. 116/2020, impone che tutti gli imballaggi immessi sul mercato italiano siano etichettati per facilitare raccolta, riutilizzo, recupero e riciclaggio e per informare i consumatori sulla destinazione finale dell’imballaggio, e obbliga i produttori a indicare la natura del materiale di imballaggio con i codici alfanumerici della decisione 97/129/CE della Commissione. Il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato le linee guida tecniche il 22 novembre 2022, e gli obblighi si applicano dal 1° gennaio 2023.

Le linee guida dividono l’obbligo in due. Il codice del materiale va su ogni imballaggio, primario, secondario e terziario, chiunque lo riceva. Le indicazioni di smaltimento, come «Raccolta differenziata. Verifica le disposizioni del tuo Comune», sono obbligatorie solo sugli imballaggi che arrivano al consumatore, venduti come tali o attorno a un prodotto preconfezionato; gli imballaggi che restano nel canale tra imprese, come il cartone d’esportazione che si ferma al vostro magazzino, richiedono il codice ma non le indicazioni per il consumatore. Entrambi possono essere forniti in forma digitale, tramite QR code, app o sito web, al posto della stampa sull’imballaggio o in aggiunta a essa. Per l’abbigliamento significa che la busta o la sacca portabiti che arriva al cliente richiede il codice e la riga sullo smaltimento, e lo stesso vale per la busta da spedizione del vostro negozio online.

Ai sensi degli articoli 218 e 221 dello stesso decreto, l’importatore di imballaggi pieni è un utilizzatore di imballaggi e aderisce al CONAI, salvo che gestisca un proprio sistema riconosciuto; il contributo è trattato nella sezione sul CONAI qui sopra. Indicate il materiale di ogni componente dell’imballaggio, il suo codice, le indicazioni di smaltimento e il peso nella specifica di imballo concordata in campionatura: così la stampa è giusta fin dal primo ordine, invece di essere corretta all’arrivo.

A che punto è il decreto italiano sull’EPR tessile

Il decreto che istituisce il regime italiano di responsabilità del produttore per i tessili ha ottenuto il parere favorevole della Conferenza unificata, la sede in cui Stato, regioni e comuni esprimono le loro valutazioni, il 23 luglio 2026, dopo una consultazione pubblica che il Ministero dell’Ambiente aveva aperto il 3 aprile 2025. Il testo approvato a luglio non è ancora in Gazzetta Ufficiale e il ministero non lo ha pubblicato; l’unico testo pubblicato è la bozza di consultazione di marzo 2025, quindi i dettagli che seguono provengono da quella bozza, con le modifiche riportate dalla stampa di settore dopo l’approvazione di luglio, e ogni data indicata è una previsione fino alla pubblicazione.

La bozza di consultazione riguarda abbigliamento, calzature, accessori, pelletteria, materassi e tessili per la casa e per l’ospitalità. Come produttore indica l’impresa stabilita in Italia che fabbrica un prodotto o lo immette per prima sul mercato italiano con il proprio nome o marchio, l’impresa stabilita in Italia che importa o immette per prima prodotti fabbricati all’estero, e un’impresa fuori dall’Italia che vende a distanza direttamente ai consumatori italiani. Secondo la bozza, i produttori e i loro sistemi si iscrivono al registro nazionale dei produttori entro 120 giorni dalla pubblicazione e riportano il numero di iscrizione su ogni documento commerciale; un produttore con sede in un altro paese dell’UE o fuori dall’UE nomina un rappresentante autorizzato in Italia; le microimprese entrano 12 mesi dopo che il decreto ha preso effetto; e il decreto entra in vigore 15 giorni dopo la pubblicazione. Il contributo ambientale è fissato dai sistemi dei produttori, deve rispecchiare la composizione dei materiali e la complessità del prodotto, il contenuto di fibre riciclate, la durabilità e la riparabilità, riutilizzabilità e riciclabilità, ed è indicato separatamente nelle fatture ai distributori. La bozza fissava obiettivi di raccolta differenziata di almeno il 15% in peso nel 2026, il 25% entro il 2030 e il 40% entro il 2035, misurati rispetto ai prodotti immessi sul mercato nei tre anni precedenti. Secondo la stampa di settore (Materia Rinnovabile e Riciclanews, entrambe del 23 luglio 2026), il testo approvato il 23 luglio 2026 mantiene il 15% per il 2026 ma alza gli obiettivi successivi ad almeno il 30% entro il 2030 e il 50% entro il 2035, e descrive l’ambito come abbigliamento, calzature, accessori, pelletteria e tessili per la casa, senza materassi né tessili per l’ospitalità. Pianificate sugli obiettivi più alti e verificate ogni scadenza sul decreto quando sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Quello che potete fare ora è lo stesso che per i regimi olandese e spagnolo: conoscere la composizione fibrosa e il peso di ogni modello che vendete in Italia, mantenere costruzioni riciclabili e, se vendete da fuori Italia, individuare il rappresentante che si registrerà per voi. Chiedete la composizione fibrosa e il peso del capo per modello sulla packing list di ogni ordine.

Per start-up e piccoli brand in Italia: minimi e primo ordine

I nostri ordini partono da 500 pezzi per modello e colore, che è anche il minimo per T-shirt e felpe con cappuccio. Denim, giacche, camicie in tessuto, abbigliamento da lavoro e divise partono da 2.000; l’intimo da 5.000 pezzi e le calze da 5.000 paia; per ogni altra categoria il minimo esatto è confermato nel vostro preventivo. Gli ordini sotto i 500 pezzi seguono la via delle piccole serie descritta nella nostra pagina dedicata (in inglese): li realizza una fabbrica partner specializzata in piccole serie, indicata per nome, che li quota separatamente.

Un piccolo brand italiano calcola il costo del primo ordine con l’IVA al 22% in aggiunta al costo allo sbarco e la detrae una volta identificato ai fini IVA, oppure importa senza IVA se ha già i requisiti di esportatore abituale. Un primo ordine richiede un tech pack o un capo di riferimento, una quantità obiettivo per modello e colore, il vostro mercato e il testo delle etichette che vi serve, in italiano. Il preventivo indica per iscritto il termine di resa (FOB, CIF o DDP) e il minimo della vostra categoria, approvate un campione prima della produzione in serie, e la fabbrica che realizzerà il vostro ordine vi viene comunicata prima della produzione, con indirizzo, certificazioni e report di audit. Il Bangladesh fornisce già un sesto delle importazioni italiane di abbigliamento extra UE: l’etichetta italiana, i codici doganali e i porti di questa pagina sono una strada ben battuta.

  • Minimo: 500 pezzi per modello e colore, più alto in alcune categorie
  • Il preventivo indica per iscritto il termine di resa e il minimo della vostra categoria
  • Campione approvato prima della produzione in serie; fabbrica comunicata prima della produzione, con i suoi documenti

Lavorare con noi dall’Italia

Il Bangladesh è quattro ore avanti rispetto all’Italia d’estate e cinque d’inverno, quindi un brief inviato da Milano prima di pranzo ci arriva nel pomeriggio dello stesso giorno, e rispondiamo entro un giorno lavorativo. Il nolo marittimo da Chattogram arriva a Genova o La Spezia, oppure a Trieste per il Nord-Est; i nostri prezzi di partenza sono in dollari USA, e spediamo FOB, CIF o DDP dal porto marittimo di Chattogram o dall’aeroporto di Dhaka. I buyer italiani specificano confezione e finissaggio con precisione, quindi concordate i dettagli costruttivi sul prototipo, cucitura per cucitura; approvate un campione in ogni fase, la qualità viene controllata in linea e il report dell’ispezione finale AQL vi viene inviato.

  • Fabbrica comunicata prima della produzione, con indirizzo, report di audit e stato Accord
  • Attestazione di origine REX sulla fattura commerciale per l’importazione in esenzione da dazio
  • Etichetta italiana di composizione fibrosa, Made in Bangladesh e dati dell’importatore UE approvati sul campione di pre-produzione
  • Codice del materiale e indicazioni di smaltimento per ogni componente dell’imballaggio, con i pesi, per la vostra etichettatura e la dichiarazione CONAI: chiedeteli nella specifica di imballo
  • Composizione fibrosa e peso del capo per modello sulla packing list, per il registro dell’EPR tessile
  • Controlli qualità in linea e report dell’ispezione finale AQL, poi fattura, packing list, documento di trasporto e attestazione di origine

Dalla fabbrica partner.

Foto e video reali, non immagini generate con l’IA: la fabbrica partner di Narayanganj in cui facciamo produrre e controlliamo gli ordini.

Reparto finissaggio di una fabbrica di abbigliamento a Narayanganj: lavoratrici controllano e piegano i capi a un lungo tavolo, dietro di loro i tavoli da stiro
Foto: Collective Studio Ltd., la nostra fabbrica partner a Narayanganj
Linea di cucitura di una fabbrica di abbigliamento a Narayanganj: cucitrici e cucitori alle macchine, un capolinea controlla il lavoro
Foto: Collective Studio Ltd., la nostra fabbrica partner a Narayanganj
Girato da un cliente di Collective Studio Ltd. durante una visita alla produzione a Narayanganj (in inglese). Homaira Jashim, nostra cofondatrice, ha cofondato Collective Studio.

Le domande dei buyer in Italia

L’abbigliamento dal Bangladesh entra in Italia senza dazio? E quale IVA si paga?

Sì: il dazio è dello 0% nell’ambito di «Tutto tranne le armi», con un’attestazione di origine REX valida, e l’IVA all’importazione è del 22% sul valore in dogana più l’eventuale dazio. Senza la preferenza, TARIC, consultato il 25 settembre 2026, indica il 12% sui jeans da uomo in denim di cotone (6203 42 31 00); la Commissione europea afferma che il Bangladesh mantiene «Tutto tranne le armi» almeno fino alla fine del 2029. L’abbigliamento sconta l’aliquota ordinaria del 22% ai sensi dell’articolo 16 del DPR 633/1972, e l’articolo 69 aggiunge le spese di inoltro fino alla destinazione indicata nel documento di trasporto: una polizza di carico fino al vostro magazzino vicino a Milano porta quindi la tratta interna nella base imponibile. Su un valore in dogana illustrativo di 11,01 € al paio con dazio 0%, l’IVA è di 2,42 €. Si paga su ogni dichiarazione doganale e si detrae annotando la bolletta doganale nel registro degli acquisti: per un brand con partita IVA è quindi un costo di cassa più che un costo definitivo.

L’EPR tessile in Italia è già in vigore? Cosa dobbiamo fare adesso?

Non ancora. Il decreto ha ottenuto il parere favorevole della Conferenza unificata il 23 luglio 2026, ma non è in Gazzetta Ufficiale, e l’unico testo pubblicato è la bozza di consultazione del ministero di marzo 2025. Secondo quella bozza il decreto entra in vigore 15 giorni dopo la pubblicazione; i produttori, compresi importatori e venditori a distanza, si iscrivono al registro nazionale dei produttori entro 120 giorni e riportano il numero sui documenti commerciali; un produttore con sede fuori dall’Italia nomina un rappresentante autorizzato in Italia; le microimprese entrano 12 mesi dopo. La bozza fissava obiettivi di raccolta del 15% entro il 2026, del 25% entro il 2030 e del 40% entro il 2035; la stampa di settore riporta che il testo approvato alza gli ultimi due al 30% e al 50%. Quello che potete fare ora è preparare i dati e il design: conoscere la composizione fibrosa e il peso di ogni modello, preferire costruzioni monofibra con accessori separabili e mantenere tracciabili la fabbrica e il tessuto di ogni prodotto. Chiedete tutto questo per modello con ogni ordine.

Dobbiamo aderire al CONAI? E come cambia il contributo in base agli imballaggi scelti in Bangladesh?

Sì: se immettete abbigliamento imballato sul mercato italiano aderite al CONAI o a un sistema autonomo riconosciuto, e il vostro contributo dipende dal materiale e dal peso di ogni busta, cartellino e cartone. Ai sensi degli articoli 218 e 221 del D.Lgs. 152/2006 l’importatore di imballaggi pieni è un utilizzatore di imballaggi, quindi importare abbigliamento dal Bangladesh rientra nella definizione. Dichiarate gli imballaggi che immettete sul mercato e pagate a tonnellata per materiale e, per la plastica, per fascia di riciclabilità: dal 1° ottobre 2026 il contributo per la plastica va da 51 € a tonnellata nella fascia più riciclabile a 922 € nella meno riciclabile. Una busta trasparente in polietilene monomateriale si colloca nella fascia economica; una busta laminata, metallizzata o multimateriale in quella cara. In campionatura possiamo quotare buste monomateriale e cartoni kraft semplici; chiedete il peso degli imballaggi per materiale di ogni modello sulla packing list, così la vostra dichiarazione somma numeri che avete già.

Serve una partita IVA italiana per importare abbigliamento dal Bangladesh in Italia?

Serve all’importatore (importer of record). L’IVA all’importazione del 22% si paga su ogni dichiarazione doganale e si detrae annotando la bolletta doganale nel registro degli acquisti, quindi la detrazione richiede una posizione IVA italiana. Una società italiana ce l’ha già. Un brand stabilito in un altro paese dell’UE, o in un paese extra UE che ha con l’Italia un accordo di assistenza reciproca in materia di imposte indirette, può identificarsi direttamente con il modello ANR/3 ai sensi dell’articolo 35-ter del decreto IVA, l’alternativa alla nomina di un rappresentante fiscale; le altre imprese non residenti nominano un rappresentante in Italia. Vi servono anche un numero EORI e, se non siete stabiliti nell’UE, un rappresentante doganale, entrambi trattati nella nostra guida UE. Se l’anno scorso le vostre esportazioni hanno superato il 10% del volume d’affari, chiedete al vostro commercialista se potete importare senza IVA come esportatore abituale con una dichiarazione d’intento. Chiarite questo punto prima di scegliere il termine di resa, perché con alcune formule DDP l’importatore non siete voi e non potete detrarre l’IVA.

Possiamo vendere abbigliamento prodotto in Bangladesh con un marchio italiano, o chiamarlo Made in Italy?

Con un marchio italiano sì; come Made in Italy no. L’origine segue le norme UE sull’origine, e un capo tagliato e cucito in Bangladesh è originario del Bangladesh: apporvi «Made in Italy» è una falsa indicazione ai sensi dell’articolo 4, comma 49, della Legge 350/2003, punita ai sensi dell’articolo 517 del codice penale. Il comma 49-bis va oltre: usare un marchio italiano in modo da indurre il consumatore a ritenere italiano il prodotto, senza un’indicazione precisa ed evidente dell’origine estera, è una fallace indicazione, punita con una sanzione da 10.000 € a 250.000 € e con la confisca della merce finché l’indicazione non viene apposta. Le diciture «100% Made in Italy», «100% Italia» e «tutto italiano» sono riservate dal D.L. 135/2009 ai prodotti interamente progettati, fabbricati e confezionati in Italia. La via sicura è un chiaro «Made in Bangladesh» sull’etichetta cucita e nella pagina del prodotto, e il testo che approvate sul campione di pre-produzione passa nella produzione in serie.

Cosa va stampato su buste e cartoni per l’abbigliamento venduto in Italia?

Un codice di identificazione del materiale su ogni imballaggio, e le indicazioni di smaltimento su ogni imballaggio che arriva al consumatore. Dal 1° gennaio 2023 l’articolo 219, comma 5, del D.Lgs. 152/2006 impone che ogni imballaggio sul mercato italiano riporti il codice del materiale previsto dalla decisione 97/129/CE della Commissione, allo stesso modo sugli imballaggi primari, secondari e da trasporto. Gli imballaggi che arrivano al consumatore, come la busta attorno a una camicia piegata o la busta da spedizione del vostro negozio online, devono riportare anche le informazioni sullo smaltimento, di solito «Raccolta differenziata. Verifica le disposizioni del tuo Comune», che le linee guida del ministero ammettono sull’imballaggio o in forma digitale tramite QR code, app o sito web. Un cartone di spedizione che si ferma al vostro magazzino richiede solo il codice. Indicateci il testo in campionatura: la stampa della busta e le marcature dei cartoni sono fissate nella specifica di imballo e approvate sul campione di pre-produzione, e lo stesso elenco di materiali e pesi alimenta la vostra dichiarazione CONAI.

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